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Che botta, raga! Fantastic Negrito a Monfortinjazz.

 

Fantastic Negrito, Monfortinjazz Festival, Monforte d’Alba, 06/07/2024

Prima considerazione: ogni concerto dovrebbe prevedere un viaggio verso la località che funga da sede, breve o lungo che sia, che si dipani attraverso un paesaggio bucolico e rilassante come quello del tragitto verso Monforte dAlba. Lo metterei in Costituzione, proprio.
Seconda considerazione: i concerti estivi dovrebbero avere cittadinanza solo in siti come l’Auditorium Horszowski, dalla metà circa degli anni 80 sede del Monfortinjazz, quando un’amministrazione comunale illuminata decise di investire nella realizzazione della piccola (consentite un massimo di 800 presenze) arena degradante, dall’acustica perfetta e dalla visibilità eccellente da ogni ordine di posti, per farne la sede del Festival.
L’iniziativa, creata da quella che nel tempo si costituirà in un’associazione (MonforteArte) dedita alle Arti e alla Cultura, era finalizzata al reperimento di fondi per il restauro di questo gioiello nelle Langhe, patria di buon cibo e ancor migliori vini, e fu inaugurata nel 1976 da quel primo, memorabile concerto di Guccini, convinto dal temerario studente in medicina Renato Moscone ad esibirsi sul prato sul quale oggi sorge l’anfiteatro, oggi intitolato a uno dei suoi più illustri ospiti, il pianista russo Mieczyslav Horszowski (che vi tenne una performance memorabile alla veneranda età di quasi 95 anni).

Il resto è Storia, ma di quella con la S maiuscola, visto il calibro dei personaggi che hanno calcato quel palco. Chi scrive ne ha visti in quantità e ne è sempre tornato conquistato, perché anche gli stessi artisti si rendono conto di presenziare a date uniche nei percorsi delle proprie tournée e tirano fuori il meglio, sempre, regalando esibizioni straordinarie. E qui la terza considerazione: nessuno riesce a farlo meglio dei musicisti di colore, perché per loro la questione è proprio “vitale” più che “culturale”, se riuscite a comprendere in cosa consista questa rozza distinzione.
Quello cui abbiamo assistito la sera di sabato 6 luglio è stato sicuramente uno dei concerti più rappresentativi di questo fenomeno, uno dei più elettrizzanti in un panorama che, mi ripeto ma ne vale la pena, ne ha già visti in quantità. Non avevo, purtroppo, potuto assistere alla precedente venuta in terra piemontese del signor Xavier Amin Dphrepaulezz, californiano di Oakland, in arte Fantastic Negrito (nome che assumerà allo scadere del Millennio, risvegliatosi da un coma conseguenza di un brutto incidente che gli comprometterà la mobilità della mano destra, da cui il peculiare modo di suonare la chitarra e le tastiere). Di quella occasione avevo sentito raccontare mirabilie, nonostante un’esibizione “in solitaria”, pertanto ero parecchio curioso di capire chi mi sarei trovato davanti.

Alle 21:30, con elvetica precisione, la band prende posto sul palco. Non ci potrebbe immaginare qualcosa di più strambo ed eterogeneo: ogni musicista pare preso da settori musicali distanti, ognuno ha un look diverso dai soci e uno, il chitarrista solista, differisce anche etnicamente, non essendo afroamericano ma palesando evidenti ascendenze chicane (come abbia sopportato tutta la sera poncho e cappello da gaucho non è dato sapere). Il poderoso bassista (sorte di musical director) e il batterista paiono due rapper losangelini, ma di epoche diverse. Il tastierista ha camicia a maniche corte, cravatta e pantaloni, sorretti da bretellone, con un alto risvolto che lascia scoperte per un buon dieci centimetri le calze variopinte: cranio pelato e occhialini tondi gli conferiscono un’aria da direttore di coro gospel di una chiesa battista del Tennessee.
Due colpi di batteria e parte un tappeto funky-rock che già sommuove il bacino. Una sessantina di secondi e da un lato del palco ecco materializzarsi la figura del Negrito, paludato con una specie di spolverino color bronzo, intarsiato da filamenti dorati e con scarabocchi fluo sul retro, accompagnato dal consueto cappello.
Improvvisamente, veniamo catapultati al Winterland di San Francisco: è il 1968 e quelli sul palco sono Sly & The Family Stone che incrociano i Funkadelic che incrociano gli Stones (ma quelli che verranno da lì a un decennio, periodo Some Girls).

Xavier ci rivela tutto il suo verbo, alternando la chitarra al pianoforte e rivelando sfumature e registri vocali di assoluto rilievo. La band si diverte, gigioneggia e si ricava siparietti autonomi, momenti di ilare complicità, suonando con scioltezza e precisione, passando dalla frenesia “move your ass” all’emotività delle ballate a più alto tasso gospel-soul, tese e drammatiche il giusto, per rapire il pubblico e tenerlo in pugno: non c’è spazio per allentare la tensione, una via l’altra con alcuni brevi monologhi a ripensare agli amici scomparsi (cita Chris Cornell causando un moto di commozione generale), ma più spesso per battute ironiche o semplicemente divertenti, spesso riferite ai testi delle canzoni che sta per interpretare. Testi che argomentano il razzismo, la politica, la giustizia sociale, l’impegno nel lavoro (Dphrepaulezz ha investito una consistente parte dei ricavi dei primi dischi in un progetto di agricoltura sostenibile e relativa formazione per ragazzi problematici), oltre al classico di tutti i temi: l’Amore.

I suoi classici ci sono tutti, sciorinati in oltre due ore di soul, funky, rock, blues: cosa chiedere di più? Un batterista metronomico ma sufficientemente fantasioso, un bassista protagonista sul palco e nei suoni, un tastierista che “colora” ogni canzone con la giusta atmosfera e creando il tappeto più adatto. E poi c’è lui, il chitarrista chicano, capace di assoli efficaci e mai ridondanti.
Un set secco, deciso, privo di sbavature e lungaggini e capace di coinvolgere un pubblico che nelle battute finali si alza tutto in piedi a ballare: attorno vedo solo volti felici e commossi. Ed erano anni che non mi capitava a questi livelli.
Ci si rivede a Monforte, prima o poi. 

Massimo Perolini

Appassionato di musica, libri, cinema e Toro. Ex conduttore radiofonico per varie emittenti torinesi e manager di alcune band locali. Il suo motto l'ha preso da David Bowie: "I am the dj, I am what I play".